Finiamo l’anno in polemica, Buon inizio 2026

Auguri 2026 con richiesta di nuove regole, megafono e punto interrogativo.

Buon anno (ma con nuove regole, per favore)

Riflessioni semi-serie di fine anno di un imprenditore del web (cioè io).

Ogni dicembre arrivano i bilanci, gli auguri, i “ci sentiamo dopo le feste”.
Io invece, dopo vent’anni di lavoro nel digitale, arrivo a dicembre con una convinzione molto semplice:
ci vuole rispetto.

Rispetto per il tempo, per il lavoro, per le scadenze, per le competenze.
Per questo, invece del classico messaggio di fine anno pieno di frasi dolci e convenevoli, ho preferito fare un resoconto sincero.
Ci tenevo a mettere nero su bianco alcune situazioni che vedo, che noto e che mi stanno a cuore, così da ricominciare il nuovo anno con un passo migliore, lasciando alle spalle dinamiche come queste.
L’articolo è rivolto a tutti, ma quando racconto un episodio può capitare che mi rivolga direttamente al cliente della storia: è il modo più onesto per spiegare come mi sono sentito.

Ho deciso quindi di raccogliere alcune domande (vere) che mi sento fare e di rispondere con sincerità.
Domanda secca, risposta diretta, spiegazione più approfondita.
Niente zucchero a velo, solo esperienza vissuta.

Posso iniziare un progetto anche se non ho i soldi per pagarlo?

No: non è normale e non è corretto.

Succede spesso: iniziamo un progetto, organizziamo un pagamento a rate, magari faccio anche uno sconto…
Poi, appena invio la fattura di acconto, arriva la frase:
“Appena inizio a incassare qualcosa, ti pago.”

Tradotto: il rischio imprenditoriale del vostro progetto lo sto sostenendo io.
Io però non sono un socio occulto: sono un fornitore.
Come non si andrebbe mai dal concessionario dicendo “l’auto la pago quando mi farà guadagnare”, allo stesso modo non è normale avviare un lavoro senza avere i soldi da parte.
È una questione di logica, non di simpatia.

Il rinnovo mi ha colto di sorpresa. Possiamo rateizzarlo?

No, non vi ha colto di sorpresa: lo sapevate da un anno.

Il rinnovo non è un fulmine: arriva sempre nella stessa data, ogni anno.
Eppure c’è chi si stupisce ogni volta, chiedendo rinvii, rate e trattative last minute.

Basterebbe mettere da parte una piccola cifra ogni mese e il rinnovo smetterebbe di essere un dramma.
Il problema non è il rinnovo: è la pianificazione.
E rispettare le scadenze significa rispettare me, che quel servizio lo mantengo attivo tutto l’anno.

Io, per dire, i rinnovi dei servizi che utilizzo li pago in anticipo:
altrimenti mi staccano tutto senza rancore.

Meglio non dirti che il progetto funziona, sennò poi aumenti il prezzo!

No, non aumento i prezzi se avete successo. Anzi, sono felice del vostro successo.

C’è chi si vergogna quasi di ammettere che le cose stanno andando bene, come se rivelarlo portasse automaticamente a un aumento dei costi.
La verità è che io sono il primo a essere felice quando un progetto funziona: significa che abbiamo lavorato bene entrambi.

Non ho mai alzato i prezzi perché “state guadagnando di più”.
Non lavoro a provvigione, non prometto miracoli e non garantisco numeri impossibili.
Nel web ci sono troppe variabili per garantire qualsiasi cosa.

Però so che quando c’è collaborazione vera i risultati spesso raddoppiano, triplicano, decuplicano.
E no: questo non diventa mai un pretesto per chiedervi di più.

Mi sono dimenticato di pagare la fattura, può capitare… giusto?

Sì, può capitare. Ma non sempre alle stesse persone.

Una dimenticanza può succedere a chiunque.
Il problema è quando diventa una costante:
“non ho visto la mail”, “mi è sfuggita la PEC”, “mi ero perso la scadenza”.
Se capita ogni anno, non è un caso: è un’abitudine.

Per fortuna esistono anche clienti puntuali, educati, rispettosi:
con loro lavorare è un piacere.
La differenza la fa sempre l’educazione, non il portafoglio.

Con 200 euro all’anno è tutto incluso, vero?

No, non è tutto incluso. Come potrebbe esserlo?

Qualcuno immagina che un abbonamento annuale copra tutto:
gestione contenuti, modifiche al sito, aggiornamenti, campagne, consulenze illimitate.
La realtà è diversa: ogni attività richiede tempo, competenza, aggiornamento continuo.

Passo già metà del mio tempo a risolvere problemi, aiutare, dare supporto non fatturato.
Ma questo non significa che qualsiasi cosa debba essere data per scontata.

Lo dico sempre: se nel vostro lavoro monetizzate ogni attività, è giusto che anche io possa farlo.

Il sito funziona ed è in prima pagina, ma mio cugino dice che si può fare meglio.

Bene: allora vostro cugino può fare il consulente alle cene di famiglia.

Situazione comune: il sito è online, funziona, porta contatti ed è in prima pagina.
Poi entra in scena il parente “esperto”: figlio, cugino, nipote, fidanzato della figlia.

Ha guardato due video su YouTube e decide che “si poteva fare meglio”.
E nei casi peggiori convince il cliente a rifare tutto da zero con il primo improvvisato disponibile.

Risultato: DNS distrutti, sito offline per mesi, contatti spariti.
E quando mi richiamano, invece di un “scusa”, arrivano le lamentele perché il ripristino ha un costo.
Come se il mio tempo fosse gratuito.

Ho un’idea rivoluzionaria, ma è segretissima e non voglio fattura perché sono un privato.

Senza fattura non si comincia nemmeno. E senza dettagli, neppure.

Il privato “visionario” arriva sempre con un’idea che cambierà il mondo.
Non può raccontare nulla perché “è tutto top secret”, non ha budget ma vuole piattaforme complesse, aree riservate, statistiche avanzate.

Poi arriva la frase:
“Tanto io non ho bisogno della fattura…”

E qui lo dico chiaro: io la fattura la faccio sempre, anche ai privati e ai forfettari.
È un dovere etico e l’unico modo per tutelarmi.
Se non volete fattura non volete un professionista: volete un favore sotto banco.
E dopo vent’anni, sinceramente, non mi interessa.

Il tuo preventivo sarà confrontato con altri.

Fate pure. Ma se manca un capitolato chiaro, non ha alcun senso.

Il cliente fiero dice: “Il suo preventivo sarà confrontato con altri”.
Peccato che spesso manchi il capitolato: quindi ogni preventivo descrive un lavoro diverso.

Questa non è una gara: è una lotteria.

E dopo vent’anni c’è ancora chi pensa che io abbia voglia di partecipare a gare al ribasso?
Ho già dato, grazie.
Oggi scelgo i miei clienti e i progetti che voglio seguire.

Ma non ti è mai capitato di non prendere i soldi? È normale… no?

No. Non è normale. E non sarà mai accettabile.

Una volta un cliente che non pagava da mesi mi disse:
“Ma non ti è mai capitato di non essere pagato? È normale.”

No.
Io lavoro, e chi lavora va pagato.
Posso aspettare 30, 60, 90 giorni, ma se la fattura supera i tre mesi il dubbio nasce:
o ve la siete dimenticata (capita), o non la volete pagare (capita molto più spesso).

C’è anche chi paga solo se glielo ricordo.
Come se il recupero crediti fosse parte del servizio.
A 46 anni ho mille progetti e non posso vivere inseguendo fatture.

E quando chiedete lo sconto nei preventivi, ricordate che dentro c’è anche tutto questo:
tempo, stress, diplomazia, sorrisi educati mentre capisco perfettamente che mi state raccontando una bugia.
Non è rivolto a tutti. Ma è giusto dirlo.

E quando proprio si supera il limite, cosa fai?

Chiamo l’avvocato. E partono le “letterine”.

Ci sono rapporti che si salvano, altri che si tollerano, e altri ancora che superano ogni limite.
Quando arrivo a quel punto, prendo il telefono e faccio preparare la lettera.
Che siano 500 euro o 10.000, sono soldi miei.

Un caso assurdo?
Un cliente con cui siamo finiti in causa per dieci anni per recuperare pochi soldi.
Ho vinto in primo e secondo grado.
Oggi quella persona non c’è più, ma mi deve ancora 5.000 euro, ovunque sia.
E no: non è normale.

Quando smetti di rispondere, il problema diventa molto più grave

Ci sono cose che tollero persino meno di un pagamento in ritardo: sparire.

Parlo di quei clienti che non rispondono al telefono, non rispondono ai messaggi, non rispondono alle mail.
E non per un giorno: ripetutamente.

All’inizio sono diplomatico.
La prima volta scrivo con educazione.
La seconda sono gentile.
La terza sono comprensivo.
La quarta inizio a insospettirmi.
La quinta comincia a darmi fastidio.
La sesta inizia a sembrarmi una cosa personale.
La settima penso che sia mancanza di rispetto.
L’ottava collego il silenzio al fatto che non mi vuoi pagare.
La nona penso che non sei più il cliente che vorrei avere.
Alla decima, sinceramente, spero solo che il servizio non venga rinnovato.

E poi succede la cosa più assurda: dopo tutto questo silenzio, magari rispondi pure infastidito.
Come se il problema fossi io.

Clienti con cui sono sempre stato paziente, disponibile, gentile, comprensivo.
E quando, dopo l’ennesimo tentativo, divento più fermo, più deciso, più chiaro (non aggressivo, non arrogante),
si offendono.

Dicono che non devo fare la morale, che hanno dei problemi, che hanno sempre pagato e pagheranno.
Mi chiedono solo di avere pazienza ancora qualche settimana, ovviamente senza darmi certezze, date o garanzie.

E guarda caso sono sempre gli stessi: quelli che non rispondono ai messaggi, quelli che su WhatsApp non aprono il messaggio apposta, ma li vedo online.
Una situazione talmente ridicola che a volte sembra surreale.

Io non sarei mai capace di fare una cosa del genere: non saprei nascondermi, scappare, far finta di niente.
E so benissimo che dal momento in cui ti comporti così, il rapporto cambia.

Si rompe qualcosa: si rompe la fiducia, si rompe il rispetto.
Nessuno chiede complimenti, nessuno chiede ringraziamenti.
Ma mancare di rispondere e mancare di pagare è un segnale chiarissimo.

Eppure spesso del lavoro ne benefici eccome: i contatti arrivano, i lavori si chiudono, i risultati si vedono.
Peccato che io sia sempre l’ultimo della fila quando si tratta di essere pagato.

Basterebbe rispondere. Basterebbe spiegare. Basterebbe dire la verità.
Invece no: silenzio, sparisci, e poi ti stupisci quando mi arrabbio, quando parlo di sospendere il servizio o di muovermi per recuperare il credito.

Mi dispiace dirlo, ma è giusto dirlo:
quando vi comportate in questo modo, il rapporto tra di noi si incrina per sempre.
Magari continua, magari si va avanti, ma non sarà mai più lo stesso.

E quando il cliente risponde tramite avvocato che “non è a conoscenza di nulla”?

Gli mando tutto: email, contratti, WhatsApp, accordi. E alla fine… chiede lo sconto.

Succede anche questo: mando la lettera, l’avvocato risponde che “nulla è dovuto” e che “il mio assistito non è a conoscenza dei fatti”.
Allora invio tutta la documentazione possibile.

E cosa succede?
Nessuna scusa. Nessun chiarimento.
Chiedono uno sconto.

E lì mi chiedo dove siano finiti verità, etica e dignità dopo anni di collaborazione.

E i professionisti? Almeno loro si comportano bene, no?

Alcuni sì. Altri spariscono come i peggiori.

Mi è capitato anche con professionisti: persone che tutelano o curano gli altri.
Dovrebbero essere un esempio di serietà ed etica.
Invece non rispondono a telefono, email e messaggi per mesi.

Quando mi faccio sentire un po’ più fermamente, diventano due tipi:
i cagnolini bastonati che “non avevano visto nulla”, oppure quelli che si offendono per il tono.
Ma io sto solo chiedendo quello che mi spetta.

Vorrei chiudere il rapporto subito, ma c’è una differenza tra me e loro:
io non sarò mai dalla parte del torto.
Preferisco sembrare fesso, ma fesso non sono.
E sono convinto che il comportamento delle persone abbia sempre una conseguenza.

E gli amici? Almeno loro pagano puntuali… vero?

Sì. E quando non lo fanno, non è quello il problema.

I clienti-amici sono quelli veri: quelli a cui voglio bene.
Alcuni erano amici già prima, altri lo sono diventati con il tempo, grazie al lavoro, al rispetto reciproco.
E con loro, paradossalmente, il tema dei pagamenti è quasi irrilevante.

Voglio che sia chiarissimo:
non mi sto riferendo agli amici che semplicemente devono aspettare di vedersi, o che pagano con calma perché così abbiamo concordato.
Con molti di voi ho accordi particolari, scadenze più morbide, fiducia totale.
E va benissimo.

Mi riferisco invece ai pochi casi ricorrenti, sempre gli stessi, dove il pagamento arriva solo dopo mille solleciti e mille scuse.
E anche se c’è affetto, fa male.

Non è questione di soldi:
è questione di rapporto.
Un rapporto resta leggero e bello solo se c’è rispetto reciproco.

Ecco la conclusione dello sfogo

Vorrei fosse chiaro che questo articolo non nasce per fare polemica fine a sé stessa.
Non è un attacco a tutti.
È un racconto sincero, un po’ terapeutico, nato dopo vent’anni di lavoro in cui ho visto cose meravigliose… e altre che faccio più fatica ad accettare.

L’ho scritto come sfogo personale, certo, ma anche per educare chi non conosce la parte nascosta del mio lavoro:
solleciti, attese, discussioni, diplomazia, recupero crediti.

Ma ci tengo a dirlo: io sono felice.
Mi alzo la mattina motivato, perché il mio lavoro è il mio hobby, la mia passione, il mio divertimento e la mia fonte di reddito.
Non sono triste, non sono frustrato, non odio quello che faccio:
ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace e di farlo con clienti e collaboratori splendidi.

La verità è che il 99% dei miei clienti è fantastico:
precisi, educati, corretti, collaborativi.
Ci sono aziende con cui lavoro da anni e con cui ho rapporti umani e professionali di cui vado orgoglioso.

I casi descritti qui?
Sono una rarità. Sempre gli stessi, sempre pochi, sempre uguali.
Non tutti gravi allo stesso modo, ma abbastanza ricorrenti da meritare un capitolo in questo sfogo di fine anno.

Non scrivo tutto questo per lamentarmi, ma per dire una cosa semplice:
li noto, li vedo, li sento, li patisco.
E sarebbe bello che nel tempo migliorassero, perché il rispetto è un ingrediente fondamentale per continuare un rapporto con serenità.

È anche per questo che oggi, dopo vent’anni, mi sono dato delle regole.
Rifiuto alcuni lavori, non accetto più certe dinamiche, chiudo rapporti che non stanno più in piedi.
Non perché “me la tiro”, non perché “posso permettermelo”, ma perché è un mio diritto umano e professionale scegliere con chi lavorare.
E farlo con serenità.

E in quei rarissimi casi in cui un cliente se ne è andato, è sempre stato per i soliti motivi:
il cugino che lo fa meglio, l’azienda che costa meno, la promessa del miracolo.
Nessun problema: se serve, aiuto con il passaggio di consegne, non trattengo nessuno.
La libertà professionale vale più di qualsiasi cosa.

Alla fine questo articolo vuole dire una cosa soltanto:
sono felice di lavorare per voi, sono felice di aiutarvi, sono felice di crescere insieme.
Ma c’è una parte del mio lavoro che non dovrebbe più farne parte:
rincorrere pagamenti, gestire bugie, fare il recupero crediti.
Non è compreso. Non è piacevole. Non è giusto.

Non sono così ingenuo da pensare che tutto sparirà per magia.
Ma spero che almeno qualcuno, leggendo queste righe, faccia un piccolo esame di coscienza.

E quindi, dal profondo del cuore:
Buon 2026 a tutti!
Che sia un anno sereno — sì, una parola abusata ma vera —
e pieno di successi professionali per tutti noi.
Perché quando si lavora bene da entrambe le parti, i risultati arrivano sempre.

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